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lunedì, giugno 08, 2009

"Everyman" di Philip Roth

recensione di Chiara Perseghin


"Intorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c'erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui."

Il funerale è quello del protagonista, non ha un nome, Everyman, probabilmente perché ognuno di noi può o potrebbe riconoscersi in lui. Il romanzo parte dalla fine della storia, come avviene spesso al cinema: mi ha fatto pensare a "Viale del tramonto”, film magistrale diretto da Billy Wilder con William Holden, Gloria Swanson ed Erich von Stroheim. Ricordate? Il film si apre con il corpo di William Holden che galleggia senza vita dentro una piscina.

In Everyman non c'è la piscina, ma un cimitero malridotto dove si sta celebrando il funerale di un uomo del quale non sapremmo mai il nome. Dal fondo della sua bara, Everyman, l'uomo qualunque, si alza e ci accompagna a ritroso nel tempo per farci scoprire com'è stata la sua vita.

Nei suoi primi cinquant'anni Everyman assomiglia molto al William Holden di "Viale del tramonto". Fisico forte, donnaiolo, incurante del prossimo e di sé stesso. Nulla riesce a scalfire l'uomo forte, invincibile, ma la vita – prima o poi – ci presenta sempre il conto.

La malattia, il deperimento fisico, la morte: questi i punti di svolta del romanzo. Roth, con gli occhi di Everyman, ci fa vedere cosa può fare la sofferenza fisica, anche in un uomo che ha sempre vissuto la vita con disprezzo. L'uomo qualunque di Roth è costretto a guardarsi dentro. Mentre il suo fisico deperisce sempre più e la sofferenza aumenta, il protagonista non può fare altro che attendere la fine, la morte. Nella sua attesa, tra un'operazione e l'altra, il protagonista si rende conto che ha sempre vissuto pensando di essere invincibile, come se il dolore, la malattia, la morte non esistessero.

Roth in realtà evidenzia un comportamento che tutti noi teniamo: più o meno sfrontato. Quando si è giovani, si è convinti di essere immortali, che nulla ci potrà mai fermare.

Ciò che acuisce il dolore e forse anche un po' il rimorso per la vita passata, è il rimanere solo del protagonista. Aspettare la morte nella solitudine, forse è un'immagine un po' troppo pessimistica offertaci da Roth, ma può accadere. Penso alle tante persone anziane, che rimangono sole pur avendo figli e nipoti che, se solo volessero, potrebbero riempire quel vuoto.

Chiara Perseghin ha pubblicato alcuni racconti in antologie collettive (Giulio Perrone Editore) e un eBook (Edizioni XII). Cura un Blog letterario, “Dalle prime battute”; collabora inoltre con le rivista on line “Blogtime”, “Gothic Network” e con il portale Jujol.

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