R I V I S T A letteraria N U G A E

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domenica, maggio 31, 2009

La cancellazione delle prove

Come è triste notare la rapida e meticolosa cancellazione di certe recensioni scomode da parte di autori amanti dell'ordine e delle buone regole... L'impeto eutanasico che elimina prontamente la nota stonata dal coro di autoreferenzialità costruito con tanta pazienza, basando il tutto su un buonismo piatto e atarassico, riporta il giudizio alla vacuità a cui è abituato. Assistiamo alla morte della polemica e dello scontro, preferendo la pagina asettica alla convivenza con l'imperfezione... La mancanza di dialettica, seppur aspra, provoca la morte anche di quei sistemi e di quei meccanismi esteticamente perfetti ma vuoti.
Non c'è crescita artistica e filosofica, ma solo uno sterile rispetto senza contraddittorio...
La mummia si trincera dietro la bellezza cromatica del sarcofago fatto di tele e bastioni pseudofilosofici da cui si assenta ingiustificatamente la dialettica.
Le domande restano senza risposta; le richieste legittime non saranno mai soddisfatte per mancanza di fatti.
Cancelliamo le critiche scomode a cui non sappiamo rispondere; ritorniamo nel nostro "mondo perfetto" e senza dolore...
Ripuliamo le macchie di sangue sparse sul pavimento e poniamo un vaso di fiori al centro del tavolo...

Gioite tutti!


E' primavera.

p.s.: io sono realmente libero... Voi, no!!!

mercoledì, maggio 27, 2009

Nugae e Amazon


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mercoledì, maggio 20, 2009

Domanderebbe Marzullo: "La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?"


Nadia Turriziani (Tifeo Web) intervista Michele Nigro


1) Per lei cosa significa scrivere?

Scrivere significa metabolizzare l’esistenza tramite la creazione di allegorie efficaci. Anche quando crediamo di descrivere semplicemente la realtà esterna, andiamo a soddisfare il nostro intimo bisogno di “parlare d’altro” dentro di noi…

2) Quali sono i suoi libri del cuore?

Li sto ancora cercando… Alcuni libri ti folgorano durante un certo periodo della vita perché hai bisogno di sentirti dire alcune cose. Dopo qualche anno provi quasi vergogna per ciò che hai letto e ti senti ingenuo per aver letto certi libri… Finora hanno superato la prova degli anni libri come “Elogio della fuga” di Henri Laborit, “Foglie d’erba” di Walt Whitman, “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “Cuore di cane” di Bulgakov… e tanti altri.

3) Il libro più bello che ha letto negli ultimi tre anni?

“Lo specchio di Dio” di Andreas Eschbach: un libro di fantascienza, anche se sarebbe più corretto definirlo di fantareligione, dotato di una sottile e intelligente irriverenza che in pochi hanno notato, forse perché eravamo tutti troppo concentrati sul “Codice” di Dan Brown (che tra l’altro non ho ancora letto e non so se leggerò!).

4) Qual è il rapporto con la sua regione e con la sua terra?

Pessimo, o meglio, è un rapporto in “stand by”. Fisicamente ho un domicilio ben definito, ma mentalmente e culturalmente sono sempre altrove. Ho avuto la conferma di questa mia dissociazione quando mi sono occupato per un certo periodo di giornalismo locale su un quotidiano: non sapevo nulla della mia terra e soprattutto continuavo a non volerne sapere nulla. Mi avvicino solo a ciò che m’interessa veramente, non resto invischiato nei fatti e non mi lego alle persone. Il senso di appartenenza è una grossa tara, dal mio punto di vista. Ho sempre la valigia pronta per riassaporare il gusto del ritorno. Non sono pazzo: il mio è solo un caso di “cosmopolitismo represso”!

5) Il suo rapporto con la sua città?

Riallacciandomi alla risposta precedente… Per anni ho cercato una “poetica” nella mia città: ho usato la fotografia in bianco e nero, l’ho percorsa a piedi di notte, l’ho studiata cercando di mettere in pratica i consigli psicogeografici di Guy Debord… Diciamo che se reinterpretata in maniera stimolante anche una città-dormitorio può esprimere le sue potenzialità. Per riuscire a fare questo, però, bisogna necessariamente “partire” e ritornare con occhi nuovi dopo anni.

6) Come è arrivato alla pubblicazione del suo lavoro?

Per curiosità. Ero curioso di vedere che effetto avrebbero sortito le cose scritte negli anni precedenti, rilegate tutte insieme in un “libro” con tanto di copertina e senza rispettare una precisa sequenza cronologica. Ovviamente non è un libro-contenitore perchè è stata comunque attuata una cernita seguita da un editing… Ma lo spirito che mi ha spinto a pubblicare è di tipo “sperimentale”. Non a caso il titolo della raccolta è appunto “Esperimenti” anche se il sottotitolo è decisamente più esaustivo e onesto: “Ricordi, visioni, fantasie, opinioni, appunti, piccole autarchie letterarie, osservazioni didascaliche, innocenti juvenilia… A volte racconti.”
Sentivo, insomma, il bisogno di “congelare” in un prodotto tangibile un periodo della mia vita scritturale, prima di cominciarne uno nuovo…

7) Ha frequentato corsi di scrittura creativa?

Non ancora. Sono anni che sto cercando di frequentarne uno perché il mio rapporto con la scrittura è tutt’altro che risolto… Sento il bisogno di decostruire le mie false convinzioni in materia di scrittura creativa; vorrei razionalizzare (ma non troppo) ciò che finora è stato frutto di una casualità appassionata; vorrei abbandonare il fuoco della scrittura intimistica e quasi istintiva per approdare sulle spiagge di una scrittura più consapevole. Non questo non voglio dire che sono preda dell’irrazionalità: adotto già una “scaletta” narrativa, effettuo già uno studio preliminare dei personaggi e dei fatti e soprattutto per me è sacrosanto il lavoro di revisione (labor limae)… Ma sento che ciò non basta! In giro nascono costosi corsi di scrittura creativa come funghi nel bosco: trovare un buon “laboratorio di scrittura” capace di soddisfare le proprie esigenze non è facile, ma nemmeno impossibile…

8) Ritiene siano utili?

Tecnicamente sono utili così come sono utili i simulatori di volo per i piloti dell’aeronautica… Ma se non hai la passione per il volo o addirittura hai paura di volare, beh, è meglio non spendere soldi!

9) Quale ritiene sia l’aspetto più complesso della scrittura narrativa?

Riuscire a narrare la vita dei personaggi senza cedere alla tentazione di descrivere sé stessi… Come ho affermato nella risposta alla prima domanda, è quasi impossibile scrivere senza rielaborare pezzi del proprio vissuto… Cercare di superare questa tentazione narcisistica dovrebbe avvicinarci sensibilmente alla realizzazione del narratore che vive in ognuno di noi.

10) Come scrive: a penna o al computer? Di giorno o di notte? Segue “riti” particolari?

Dal 1999 scrivo prevalentemente al computer anche se ho alcuni diari e taccuini sparsi un po’ ovunque… Non bisognerebbe mai perdere del tutto l’uso della scrittura calligrafica: il rumore di un computer acceso (seppur comodo) non potrà mai eclissare il silenzio di un taccuino su cui riversare fiumi di inchiostro.
Non ho orari: la scrittura è un’ossessione che non può attendere. A volte mi è capitato di “dimenticare” di mangiare oppure sono rimasto sveglio a scrivere fino alle 3 di notte senza avvertire stanchezza o sonno. E’ uno stato di trance che va rispettato. Invece la fase di revisione è e deve essere più razionale e programmata: dopo un buon caffé e dopo aver stampato varie bozze, se l’idea febbricitante non ha perso la sua energia iniziale, allora vale la pena di lavorarci su!
Riti particolari? Spengo il cellulare, ascolto un po’ di musica tra la rilettura di una bozza e l’altra, mi faccio uno shampoo quando ho finito la parte più difficile. In generale: amo essere circondato dall’ordine… Mi aiuta ad essere ordinato anche mentre scrivo.

11) Come è nata l’idea di scrivere il suo ultimo libro?

Essendo una raccolta di racconti non si può parlare di un’idea unitaria come per un romanzo ma piuttosto del bisogno di individuare, se c’è, tramite il giudizio dei lettori e dei recensori, un “minimo comune denominatore” capace di legare tra di loro i vari tasselli (i racconti) di questo mio cammino scritturale. Una delle prime regole è “farsi leggere”. Finora i giudizi erano limitati ai singoli racconti, ma sarebbe interessante conoscere la visione d’insieme del lettore anche se l’eterogeneità dei vari scritti inseriti nella raccolta “Esperimenti” può essere controproducente ai fini di una valutazione generale.

12) Preferisce cimentarsi col racconto o nelle poesie?

Preferisco il racconto anche se mi sono spesso cimentato nella scrittura di componimenti che potrebbero essere definiti ottimisticamente “poesie” (anche quelle grottesche e comiche che fanno arricciare il naso ai puristi!). Il racconto è decisamente più difficile del romanzo: saper narrare una storia utilizzando uno spazio limitato (e senza far prevalere nessuna componente del racconto) è qualcosa che non si improvvisa. Le poesie, invece, appartengono a dei precisi “momenti di grazia”: il perché riguardante l’incontro tra il mio stato d’animo e questa particolare forma di scrittura mi è ancora oscuro… A volte credo che la vita voglia essere interpretata solo ed esclusivamente per mezzo della sintesi e della musicalità tipiche della poesia…

13) Ci da una definizione dell’uno e dell’altro?

Il racconto è un modo per materializzare sotto forma di prosa un’idea creata dall’immaginazione dell’autore e proiettata sullo schermo della quotidianità. Le sorprese non mancano: dall’idea iniziale si può giungere, se non si è fatto già un lavoro preliminare sui fatti e sui personaggi, alla costruzione di un mondo inatteso che a volte può soddisfare le esigenze interiori dell’autore e del lettore, altre volte può snaturare l’idea originale che così non viene rispettata… L’imprevisto ha un suo fascino, ma anche la “genialità” ha bisogno di regole.
La poesia è un linguaggio unico nella storia dell’umanità: le emozioni che derivano dalla sua musicalità e dal potere “alchimistico” che esercita sul lettore, non possono essere spiegate ma solo vissute…

14) Ha altri progetti in cantiere?

Partendo dal presupposto che per me sono molto più importanti le “letture” in cantiere e non i progetti narrativi, posso dire con una certa sicurezza che in questo momento non c’è un’idea prevalente che mi ossessiona in maniera particolare. I vari progetti sparpagliati sui vari taccuini a cui accennavo testimoniano una ricerca ancora acerba e irrequieta. Io credo molto nelle idee archiviate per anni e poi “ripescate” dopo che le acque si sono calmate… Per questo è estremamente importante saper prendere appunti.

giovedì, maggio 07, 2009

Cut-up burroughsiano applicato a "La pulizia degli spazi"

"La pulizia degli spazi"

(Space Cleaning)


Finisce un’epoca e ne comincia una nuova. O forse vogliamo illuderci che sarà così… Si gettano le cose vecchie e inutili, si ridipingono le stanze con colori nuovi, si seppelliscono i nuovi morti… Si disseppelliscono quelli vecchi solo per accorgersi che non sono ancora stati consumati dal tempo. Il sepolto ridiventa attuale; il consueto appassisce sotto il cocente sole dell’ovvietà giornaliera. La primavera assume nuove forme speranzosamente macabre e il bisogno di rinnovamento si manifesta in mille (strani) modi. Cambiamento, movimento, mutamento, evoluzione, pulizia, liberazione, leggerezza, novità, perdita, rivoluzione, rinnovamento, soddisfacente stanchezza, necessario abbandono, revisione degli atteggiamenti, riscoperta di legami e di storie personali, accademici comunicati che annunciano la fine di un percorso mai realmente iniziato… crisi dinamica e costruttiva. Per imparare a vedere, sempre e comunque, il bicchiere mezzo pieno! “…Mi piacciono le scelte radicali, la morte consapevole che si autoimpose Socrate…” – mi suggerisce un vecchio maestro. Il rullo intriso del pittore sul muro stanco gira come la Ruota di preghiera di un monastero buddista. Accompagnati da un mantra che prende vita dall’attrito e dall’eco proveniente da nuovi spazi conquistati, ci accorgiamo che siamo prigionieri del superfluo e che un giorno la morte ci strapperà via il verbo “avere” senza chiederci il permesso. Lo “space cleaning” e l’elogio dell’iconoclastia diventano gli strumenti necessari della crisi. Necessaria è la distruzione delle immagini inflazionate e appartenenti al proprio vissuto quotidiano: per fare spazio alle nuove immagini provenienti dal “passato che conta” e per ripulire l’onda emotiva e morale in vista di significative azioni future. Segnare il passo, salire un altro gradino spazio-temporale (l’ennesimo), dimenticare le abitudini stagnanti… L’epoca “pubblica” della vita, fatta di vane glorie, squallide apparizioni, presenzialismo culturale, approcci cartacei forzati e meschini, cede il passo allo studio personale, al silenzio, alla lontananza dai meccanismi commerciali, alle nuove e per troppo tempo trascurate letture. Letture di vita e di libri comprati e snobbati. Il bisogno di essenzialità nella vita si coniuga ad un maggiore bisogno di “space cleaning” culturale e architettonico. Rimuovere polvere e anticaglie; aggiustare il tiro; “fare finta di essere sani”; concedersi nuove insospettabili possibilità; ristabilire le distanze tra la quantità e la qualità; fare leva sull’ordine esterno per ristabilire nuovi ordini interiori; “anche l’occhio vuole la sua parte”… Ricominciare. Agire nella retroguardia per determinare l’esito della battaglia e forse dell’intera guerra.


Ho stampato "La pulizia degli spazi", l'ho piegata longitudinalmente e trasversalmente e ho ricavato (tagliandoli) 4 quadranti che ho poi disposto in maniera quasi casuale per ottenere un nuovo testo (vedi immagine). Questa è la forma più semplice di "cut-up" burroughsiano applicabile a un testo. La complessità delle suddivisioni del testo potrebbe aumentare.

Segue il risultato.



Nuova.

O forse vogliamo illuderci che strapperà via il verbo “avere” senza “e” inutili, si ridipingono le stanze con cleaning e l’elogio degli iconoclastici morti… Si disseppelliscono quelli della crisi. Necessaria è la distruzione, sono ancora stati consumati dal tempo.

Appartenenti al proprio vissuto, quieto appassisce sotto il cocente sole. Immagini provenienti dalla passata primavera che assume nuove forme e la morale in vista di significative azioni di rinnovamento si manifesta in un altro gradino spazio-temporale (l’e-movimento, mutamento, evoluzione, stagnanti…)

L’epoca “pubblica” della perdita, rivoluzione, rinnovamento, apparizioni, presenzialismo culturale, abbandono, revisione, cede il passo allo studio personale e di storie personali, accademici meccanismi commerciali, al nuovo percorso mai realmente iniziato… Lettura di vita e di libri comprati e che son rari a vedere, sempre e comunque. La vita si coniuga ad un maggior bisogno di scelte radicali, la morte architettonica. “Rimuovere polvere e rate” – mi suggerisce un vecchio che fa finta di essere sano; concedersi un nuovo muro stanco che gira come la Ruota delle distanze tra la quantità e la qualità. Accompagnati da un mantra che ristabilisce nuovi ordini interiori; niente da nuovi spazi conquistati. Ricominciare.

Agire nella retroguardia superflua e un giorno la morte ci battaglia. E forse dell’intera guerra.

Finisce un’epoca e ne comincia una… Chiederci il permesso. Lo space sarà così… Si gettano le cose vecchie e diventano strumenti necessari i colori nuovi, si seppelliscono i nuovi ioni delle immagini inflazionate e i vecchi solo per accorgersi che non studiano: per fare spazio alle nuove.

Il sepolto ridiventa attuale; il consueto conta e per ripulire l’onda emotiva dell’ovvietà giornaliera la poni in futuro. Segnare il passo, salire speranzosamente macabri e il bisognesimo, dimenticare le abitudini in mille (strani) modi.

Cambiamento, la vita fatta di vane glorie, squallida pulizia, liberazione, leggerezza, novità, approcci cartacei forzati e meschini, soddisfacente stanchezza, necessario al silenzio, alla lontananza dagli atteggiamenti, riscoperta di legami e per troppo tempo trascurate letture.

Comunicati che annunciano la fine di oblati. Il bisogno di essenzialità nella crisi dinamica e costruttiva. Per impegno di “space cleaning” culturale e bicchiere mezzo pieno!

Miopia; anticaglie; aggiustare il tiro; il fare consapevole che si autoimpose Socr e insospettabili possibilità; ristabilire il maestro.

Il rullo intriso del pittore sutà; fare leva sull’ordine esterno per preghiera di un monastero buddista… che l’occhio vuole la sua parte…

Prende vita dall’attrito e dall’eco di proverbia, per determinare l’esito ci accorgiamo che siamo prigionieri…



Il cut-up di William Burroughs

Analizzando le relazioni tra letteratura e ipertesti, possiamo immaginare delle analogie con la tecnica del cut-up? William Burroughs utilizzò questo particolare metodo di (de) costruzione in alcune delle sue opere letterarie e lo sperimentò in molte forme. La più semplice forma di cut-up, come suggerito dallo stesso scrittore, consiste nel tagliare una pagina in quattro sezioni e poi dare a queste ultime una nuova sequenza. Poi si prosegue spezzettando le parti in unità ancora più piccole e così via. Ma il cut-up può trovare dei modi di utilizzo anche in forme diverse dal testo scritto: anche il nastro di una cassetta audio può venire ritagliato e ricomposto in maniera disordinata. Dagli esperimenti condotti in questo campo, Burroughs rileva come le parole originali diventino ininteleggibili e lascino il posto a nuove parole composte dai vari spezzoni. (Burroughs, 1971) Dopo il processo la voce rimane sempre la stessa ed anche il tono rimarrà riconoscibile. Se la nostra conversazione era all'origine amichevole, poetica, ostile, si manterrà anche nella sequenza alterata. Il cut-up è stato analizzato spesso associandolo a possibili valenze politiche: "Il controllo dei mass media dipende dallo stabilire delle linee di associazione. Quando le linee sono tagliate le connessioni associative sono interrotte." (Cit. Burroughs, 1971) Il cut-up potrebbe venire utilizzato a fini rivoluzionari partendo dal presupposto che i mass media possano sensibilizzare milioni di persone rispetto ad un unico tema, pur passando attraverso forme diverse di "output". Riceviamo versioni diverse dello stesso insieme di dati. Un'analisi critica del cut-up potrebbe "smascherare" questo tipo di processo ricomponendo i vari gruppi di informazioni a fini completamente diversi. Analogamente all'ipertesto, la teoria del cut-up nasce col presupposto di suddividere in piccole unità l'insieme delle informazioni. Appare sicuramente azzardato però mettere sullo stesso piano i nodi dell'ipertesto per loro stessa natura "completi" come unità informative, al materiale scomposto nel processo di cut-up e riassemblato in maniera casuale. Un ipertesto ricerca comunque un senso anche se nella ricomposizione ogni soggetto può ottenere un risultato diverso. Ci sembra invece pertinente ai fini della nostra analisi, il riscontrare in tutti e due i casi la perdita dell'immodificabilità del testo, il risultato finale, il significato se vogliamo, rimane sempre in sospeso, aperto ad una molteplicità di percorsi e di conclusioni. In tutti e due i casi il destinatario diviene parte attiva nel rimodellamento dell'informazione. Nell'ipertesto si trova proprio a dover costruire e determinare un certo percorso, nel cut-up assumerà uno spirito critico nei confronti dei messaggi subliminali a cui viene sottoposto, fino a riutilizzare la tecnica per i suoi scopi. Volendo sempre accettare, nel caso del cut-up, una reale esistenza ed efficacia delle tecniche di comunicazione subliminale.


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